Sostenibilità etica sul lavoro e “BenEssere” organizzativo


Ognuno ha il suo benessere. C’è chi lo intende come puro agio economico altri come più tempo per dedicarsi alle cose che più ci piacciono. Vero è che il significato di benessere muta in ragione del contesto in cui viviamo e, lo sanno bene i più giovani, anche dell’età. Il significato di benessere sta subendo in questi ultimi tempi una profonda rilettura. Appare chiaro, infatti, come questa parola sia fortemente influenzata dai tempi e dal contesto socio-economico e culturale. Elementi di natura materiale, pur importanti, non sempre danno la giusta misura del proprio benessere personale. Ora appare ai più evidente che la parola “benessere” sia ancora troppo legata ai modelli consumistici che, in realtà, sono portatori di uno pseudo-benessere se non addirittura di un finto benessere. Occorre che questo legame sia interrotto e che alla parola “benessere” se ne sostituisca un’altra, quella di “ben essere”. La differenza non è solo formale ma sostanziale. La parola ben essere, volutamente con lo spazio in mezzo, pone al centro l’individuo ovvero la persona.
Tra i primi ad interrogarsi su questo argomento nel lontano 1920 fu Arthur C. Pigou che formulò un apposita teoria, quella dell’Economia del Benessere. Gli strumenti macroeconomici successivi si sono rifatti alla teoria dell’equilibrio economico generale di stampo keynesiano con l’obiettivo di determinare la massimizzazione del benessere della comunità .
Ma qual è il benessere in ambito organizzativo e lavorativo? La ricerca del benessere sui luoghi di lavoro è ancora motivo di dibattito ed analisi poiché, ancora, rimane ancorata a vecchi stereotipi. Tutti noi riteniamo, ed in parte innegabilmente lo è, che un buon salario significhi benessere come avere turni di lavoro meno massacranti. Entrambe queste due situazioni, solo per fare un esempio, hanno due obiettivi: avere più tempo libero per noi oppure vivere “meglio” il tempo libero anche se ridotto. Questo nasce dalla convinzione, ma è quasi certezza per un libero professionista, che ognuno di noi passa sempre più tempo sul luogo di lavoro. Ma può solo avere più tempo libero (che è poi solo un aspetto del benessere) farci stare meglio? Certamente una buona retribuzione unita a più tempo per noi ci permette di avere una vita con più agi, cioè “più tempo” per andare in giro magari con la nostra auto nuova o fare shopping per acquistare vestiti alla moda. Premesso che spesso, tutto ciò, è solo un modello consumistico (tanto più il nostro benessere è legato a cose materiali tanto più è vulnerabile), ma sono sufficienti questi aspetti per poterci far dire “sto bene dove lavoro” oppure “il mio lavoro mi aiuta a stare bene?”. O forse la retribuzione via via non basta più e le nostre “fonti” del benessere iniziano ad inaridirsi e ci sentiamo meno felici? Del resto possiamo dire di avere il nostro benessere lavorativo con un buon salario ma poi abbiamo problemi conflittuali con i colleghi o magari il nostro ambiente di lavoro è triste e senza colori? Ci siamo chiesti quanto tempo trascorriamo sul lavoro? E il tempo libero che rimane è sufficiente per dare spazio al nostro vivere fuori dal lavoro? Ecco che allora occorre riprendere la nostra riflessione iniziale e creare un momento di attenzione, un intervallo, all’interno della parola benessere. Allora se cominciamo a chiederci cosa veramente ci fa stare bene ecco che dopo aver risposto il denaro, poi pian piano la nostra mente scivola verso cose del tutto immateriali come rispetto, stima, considerazione, fiducia, relazione, realizzazione, collaborazione, amicizia ovvero tutte cose che non è possibile acquistare con denaro. Già perché esiste, per natura, dentro di noi una dimensione se vogliamo di tipo “affettivo” il cui raggiungimento è quello che ci dà la vera dimensione del nostro ben essere. Esiste dentro di noi una sorta di sostenibilità etica del ben essere dove le varie dimensioni dell’essere umano necessitano di essere riconosciute, di avere il diritto di essere espresse e di essere vissute. Forse un giorno, quando ci saremo congedati dal lavoro, qualcuno ci ricorderà per le nostre lettere scritte o per aver gestito una procedura in maniera impeccabile? Noi saremo ricordati per le relazioni umane che sul lavoro abbiamo saputo coltivare e costruire purché queste siano state fondate sul rispetto e il reciproco riconoscimento.
Ecco solo quando parlando di noi scriveremo la parola “ben essere” con uno spazio in mezzo potremo dire di aver preso consapevolezza del ben essere della nostra persona nella sua totalità. Per far questo è però necessario fare prima una cosa: riconoscere il nostro Essere.
Rimane a dire infine che il concetto di sostenibilità etica sul lavoro non va in una sola direzione ma è multidirezionale ovvero interessa ciascun aspetto del nostro mondo lavorativo.
Se ci pensiamo bene la parola ben essere appare quasi un sinonimo del concetto di Salute ovvero quella condizione di benessere psico-fisico, sociale ed economico a cui ogni essere aspira.

Autore:  dr. Luigi Petrone
(medico e pubblicista si occupa di temi legati al benessere organizzativo, gestione risorse umane e formazione)

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