Italia: #Eco-innovare per uscire dalla crisi

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Quando si parla di crisi, esportazioni in calo e concorrenza del low-cost straniero la parola magica pronunciata un po’ da tutti è sempre “qualità”. Dando come per scontato che un qualsiasi prodotto di qualità “Made in Italy” basti a rilanciare un marchio, un paese. La verità è che anche quei paesi che un tempo conquistavano i mercati con i loro prodotti a basso prezzo hanno cominciato a sviluppare servizi e tecnologie all’avanguardia che nulla hanno da invidiare ai nostri.

In una situazione del genere per avere successo anche le nostre aziende devono innovare, trasformarsi. Tuttavia, tale approccio è stato sfortunatamente fin troppo spesso sostituito con quello del cosiddetto “short termism”: una visione strategica limitata che regolarmente porta le aziende a concentrarsi sul profitto a breve termine, a discapito dell’innovazione e di conseguenza della sostenibilità economica del medio e lungo termine.

La buona notizia è che secondo gli ultimi dati il nostro paese sta finalmente cominciando a scalare posizioni nella classifica europea dell’eco-innovazione. Tra le 28 nazioni dell’unione siamo infatti passati da 15esimi nel 2012 a 12esimi lo scorso anno. [i] E’ un trend che non possiamo interrompere o, ancora peggio, invertire.

Cosa s’intende però quando si parla di Eco-innovazione? La risposta più chiara arriva dall’United Nation Environmental Program, anche conosciuto come UNEP.    Secondo l’UNEP:

“Eco-innovation is the development and application of a business model, shaped by a new business strategy, which incorporates sustainability throughout all business operations based on life cycle thinking and in cooperation with partners across the value chain. It entails a coordinated set of modifications or novel solutions to products (goods / services), processes, market approach and organizational structure which leads to a company’s enhanced performance and competitiveness.“

Eco-innovazione vuol dire insomma inserire la sostenibilità al cuore dei processi decisionali di una compagnia, integrandola in tutte le attività aziendali e permettendo la creazione di soluzioni innovative che soddisfino i bisogni del mercato. Da definizione quindi l’eco-innovazione dovrebbe portare ad un miglioramento della performance e della competitività.

Nello specifico, sempre l’ United Nation Environmental Program, identifica ben 5 motivi (“driver”) per cui le nostre aziende dovrebbero approcciare in maniera innovativa il proprio business:

Driver 1: Accesso a mercati nuovi ed emergenti

Driver 2: Aumento della profittabilità lungo la catena del valore

Driver 3: Posizione d’avanguardia rispetto a nuovi standard e regolamentazioni

Driver 4: Attrazione degli investimenti

Driver 5: Aumento della produttività e della capacità tecniche

A conferma dei benefici economici dell’eco-innovazione si pensi che mediamente le aziende più virtuose in tal senso crescono ad una media del 15% annuo[ii], in un momento in cui, come ben sappiamo, i rispettivi mercati sono generalmente piatti.

L’Italia, paese in cui le piccole-medie imprese danno lavoro a circa 12 milioni di persone[iii], ha davanti a se una grande opportunità. Sono proprio le PMI, infatti, ad essere particolarmente sensibili all’eco-innovazione grazie alla loro adattabilità e flessibilità. Istituzioni e imprese devono finalmente imboccare a braccetto un percorso che possa far tornare grande, all’estero e nel nostro paese, il “Made in Italy”.

L’importante è non restare fermi.

Andrea Melazzini
per BWConsulenza

[i] http://www.eco-innovation.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=475&Itemid=63

[ii] UNEP. “The business case for eco-innovation”

[iii] European Commission “SBA Fact Sheet – Italy 2013″

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