Gestione efficiente dell’acqua: un problema da affontare

waterfall-77676_1280California, Botswana, Filippine, Medio Oriente e Brasile. Sono solo alcuni dei luoghi per i cui residenti l’acqua, specialmente nel corso degli ultimi mesi, è diventata improvissamente un bene di lusso, costringendo governi e cittadini a ripensare le proprie abitudini quotidiane per condividere quella che è la risorsa più importante del nostro pianeta.

Queste notizie in Italia però non ci spaventano troppo. Si, è ben chiaro come la disponibilità di acqua sia uno dei principali problemi del pianeta, ma l’impatto sulla vita di tutti i giorni o sul nostro paese non ci impensierisce particolarmente.  Questo è quello che emerge da un sondaggio condotto a livello globale da DNV GL Business Assurance insieme all’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (UNIDO), supportati dalla società di ricerca GFK Eurisko.

Solo il 57% delle aziende italiane ritiene che le problematiche relative all’acqua possano avere un impatto sulle proprie strategie di business e il 40% dichiara di non essere informato sulla legislazione specifica in materia di acqua. Numeri in linea con una sensibilità europea (65%) inferiore alla media mondiale (70%).

Il salto fondamentale dalla preoccupazione allo sviluppo di una politica apposita per la gestione dell’acqua non è così immediato. Solo 1 azienda su 3 infatti ha sviluppato una policy per il water management, con 1 su 4 che si pone obiettivi più specifici, in particolare circa la riduzione dell’utilizzo. Ancora meno diffusa la pratica di coinvolgere il top management o di stabilire funzioni dedicate, in controtendenza rispetto al resto del mondo.

Come arrivare a questa riduzione? Innanzitutto misurando i consumi (lo fanno il 21% delle aziende) e rendendo i consumi più efficienti (17%). Aiuta in questo caso un’analisi approfondita della propria impronta idrica, anche conosciuta come “water footprint”, che, oltre all’acqua direttamente consumata per ottenere un prodotto (materia prima, merce, servizio), considera anche il volume di acqua necessario per rendere tale prodotto disponibile al consumo (dal reperimento delle materie prime alla loro trasformazione, all’imballaggio, al trasporto). Uno strumento in più per riconoscere rischi e opportunità derivanti dalla propria gestione dell’acqua.

Il fatto che a calcolare l’impronta idrica dei propri prodotti siano ancora pochissime aziende (in Italia si distingue Barilla) è un indice di poca lungimiranza da parte degli imprenditori italiani. Non è un caso infatti che a spingere le aziende all’azione sono soprattutto le normative piuttosto che la prospettiva di una riduzione dei costi, che per ora, c’è da dire, rimangono ancora accessibili.

 

 

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