#Imballaggi insostenibili

plastic-bottles-115069_1280Lo sapevate? I pacchetti di patatine possono arrivare ad essere composti da 7 strati di plastica e alluminio, troppo complessi da separare per essere riciclati. Basta invece una goccia di mozzarella sul cartone della pizza per far si che questo non sia più riciclabile.

280 milioni di tonnellate di rifiuti derivanti dall’industria della plastica vengono prodotte ogni anno, la maggior parte delle quali finisce poi in discariche, inceneritori, e nei casi peggiori, ma non rari, in mare.[1] Dagli scatoloni che riceviamo da ebay pieni di polistirolo agli alimenti confezionati in scatole su scatole tipo matrioska, è chiaro come gli imballaggi contribuiscano al problema (negli Stati Uniti rappresentano un terzo dei rifiuti solidi[2]).

Al momento sono quasi 150 milioni le tonnellate di plastica negli oceani, un numero spaventoso se si considera che se potessimo calcolare la massa di tutti i pesci, questa equivarrebbe a circa 800 milioni di tonnellate. Ogni anno i nostri mari accolgono 20 milioni di tonnellate di plastica all’anno, ma sarà ancora così per poco, la classe media mondiale sta crescendo sempre più e questo implica un numero maggiore di persone in grado di acquistare prodotti in cui la plastica è il materiale principale o perlomeno quello dell’imballaggio.[3]

Data la gravità del problema è necessario che il mondo del business si dimostri determinato ad affrontare il tema. Poche sono le aziende che da qualche tempo hanno dimostrato la volontà di ridurre l’impatto dei propri imballaggi (tra queste è giusto ricordare Puma), molte però stanno finalmente muovendo i primi passi.

As you sow, in collaborazione con il Natural Resources Defense Council si è posto come obiettivo quello di valutare le scelte di packaging di quarantasette tra le maggiori imprese di fast food, beni di consumo ed alimentari. Ne è emerso uno studio “Waste and Opportunity 2015: Environmental Progress and Challenges in Food, Beverage and Consumer Goods Packaging” che ha valutato le suddette aziende secondo 4 criteri:

  1. L’utilizzo d’imballaggi riutilizzabili o d’imballaggi per i quali è stata minimizzata la quantità di materiale utilizzato.
  2. L’utilizzo di materiale riciclato.
  3. La progettazione d’imballaggi con un design funzionale alla riciclabilità degli stessi.
  4. L’incentivazione del riciclo da parte dei consumatori del materiale usato per l’imballaggio.

Triste ma vero, nessuna delle 47 aziende sotto scrutinio ha raggiunto il ranking più elevato: “Best Practice”. Sei sono quelle che invece vengono considerate “Better Practice”: McDonald’s, New Belgium Brewing, Coca-Cola, Nestlé Waters North America, PepsiCo e Starbucks, con quest’ultima che delle pratiche di sostenibilità messe in atto fa da tempo un vanto.

L’azienda di Seattle, che per il 2015 si è posta l’obiettivo di rifornirsi al 100% da chicchi di caffè certificati come “sostenibili”, è infatti emersa come la leader nel settore dei fast food: l’unica (pensate!) delle grandi catene a posizionare contenitori per la raccolta differenziata all’interno dei propri negozi.

In fondo alla classifica, tra le altre, Red Bull, Heineken e Burger King. Considerato il rilevante impatto sull’ambiente delle attività di queste multinazionali, è da ritenere inammissibile che molte di loro non abbiano ancora  definito ed attuato specifiche politiche aziendali riguardanti gli imballaggi ed il loro riciclo.

Andrea Melazzini
per BWConsulenza

[1] 2014 ENERGY AND ECONOMIC VALUE OF MUNICIPAL SOLID WASTE (MSW), INCLUDING NON-RECYCLED PLASTICS (NRP), CURRENTLY LANDFILLED IN THE FIFTY STATES. Nickolas J. Themelis and Charles Mussche

[2]http://www.triplepundit.com/2015/02/report-food-industry-needs-take-responsibility-packaging-waste/

[3]http://www.theguardian.com/sustainable-business/2015/jan/26/plastic-oceans-environment-waste-recycling-fish

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