Articolo a cura di Petra Scanferla
(Consorzio Venezia Ricerche, partner di WATER FOOTPRINT NETWORK)
In media oggi ogni abitante del pianeta consuma il doppio di acqua rispetto all’inizio del 1900, globalmente il consumo mondiale di acqua è circa decuplicato e con lo stesso trend l’acqua disponibile è stata inquinata e necessiterebbe di trattamenti per la sua potabilizzazione. La principale fonte di vita dell’umanità si sta trasformando in una risorsa strategica vitale che deve perciò essere gestita in maniera sostenibile. Come ogni anno il 22 marzo si celebra la giornata mondiale dell’acqua, istituita dalle Nazioni Unite (ONU) nel 1992 quale risultato della Conferenza di Rio nell’ambito della quale è emersa l’importanza prioritaria di attuare politiche più sostenibili nell’ambito della gestione della risorsa idrica. Secondo un report della UN Water dell’ONU, circa 700 milioni di persone in 43 paesi sono colpiti dalla scarsità d’acqua e le prospettive future non sono rassicuranti. E’ previsto infatti che, nel 2025, più del 60% della popolazione mondiale potrebbero vivere in condizioni di ridotto accesso all’acqua. La giornata mondiale dell’acqua del 2013, sarà dedicata al tema della cooperazione internazionale con l’obbiettivo di promuovere una maggiore consapevolezza circa la necessità di incrementare gli sforzi soprattutto riguardo ai temi dell’accesso all’acqua, della sua allocazione e dei servizi connessi. Il problema infatti interessa tutti, oggi la possibilità di aumentare le forniture di acqua ha praticamente raggiunto la soglia in molte regioni, anche in Europa. Quello che ne consegue è che è necessario integrare l’o
fferta con una migliore gestione della domanda e soprattutto una riduzione del consumo complessivo. Anche nazioni sviluppate come l’Italia soffrono di crisi idriche. Nel nostro Paese tale fenomeno oggi, anche a causa dei cambiamenti climatici in atto, è sempre più frequente non solo al Sud ma anche al Nord dove, ad esempio, nel 2012 ha colpito una regione come il Veneto, da sempre conosciuta per la sua ricchezza d’acqua. Affianco ai cambiamenti climatici che stanno portando a modificazioni anche significative delle componenti del ciclo idrogeologico quali: scioglimenti diffuso dei ghiacciai ed innalzamento del livello medio mare, durata minore ma più intensa delle piogge, aumento dell’evapotraspirazione e dell’irrigazione e impoverimento delle falde acquifere, altri fattori quali il costante innalzamento del tasso di inquinamento delle falde e la continua crescita dei consumi per la produzione delle merci, ovvero l’acqua virtuale (concetto introdotto dal Prof. John Anthony Allan negli anni ’90), rischiano di rendere in molti paesi l’acqua una risorsa inaccessibile. Sono circa 3800 i chilometri cubi di acqua dolce che vengono prelevati ogni anno a livello globale, ma dato che entro il 2025, secondo le stime, vi sarà un miliardo di bocche in più da sfamare, la sola agricoltura richiederà altri 1000 chilometri cubi di acqua all’anno, ossia l’equivalente della portata di 20 fiumi delle dimensioni del Nilo. Usiamo infatti molta acqua per bere, cucinare e lavare, ma ancor più per produrre cibo, carta, vestiti in cotone, etc. Per comprendere tale fondamentale aspetto oggi abbiamo a disposizione un indicatore chiamato “Impronta Idrica” (ovvero Water Footprint in inglese) introdotto dal prof. Arjen Hoekstra nel 2002 e fondatore del Water Footprint Network, che consente di calcolare l’uso di acqua, prendendo in considerazione sia l’utilizzo diretto che quello indiretto del consumatore o del produttore nell’ambito di un processo valutativo in grado di individuare sprechi e inefficienze e di promuovere attività di miglioramento nella gestione di questa preziosa risorsa. L’impronta idrica di una nazione, di una impresa o di un individuo è definita come il volume totale di acqua dolce utilizzata per produrre i beni e i servizi consumati nell’ambito di quella nazione, azienda o da quell’individuo. Attraverso il concetto di impronta idrica possiamo scoprire in che misura anche le nostre scelte alimentari incidano sulle risorse idriche locali e mondiali e come, aumentando la nostra consapevolezza e rendendo più virtuose le nostre abitudini con gesti semplici, possiamo farci promotori del cambiamento. Per esempio, una lattina di cola contiene 0,35 litri di acqua ma solo lo zucchero in essa contenuto richiede una media di 200 litri per essere coltivato e quindi raffinato. Allo stesso modo sono necessari 2.900 litri di acqua per produrre una camicia di cotone e 8.000 litri per ottenere una paio di scarpe in cuoio, che corrispondono alla quantità di acqua necessaria ad allevare la mucca da cui il cuoio proviene e ultimarne il processo di lavorazione fino al prodotto finito.
Tutti possono contribuire, oggi nella giornata mondiale dell’acqua come nel resto dell’anno, informandosi sul concetto di impronta idrica, sulle ricadute dei singoli comportamenti ed attivandosi direttamente mediante azioni di facile applicazione per un consumo più razionale della risorsa acqua (verificando anche il decalogo per risparmiare acqua del vostro Comune o ente gestore).
Affianco all’impegno dei cittadini vi è poi quello delle istituzioni volte ad individuare strategie politiche ed economiche in chiave di sostenibilità e delle università e centri di ricerca che con l’innovazione devono trovare soluzioni sempre innovative per il miglioramento della gestione della risorsa idrica.
Realtà quali il Consorzio Venezia Ricerche, partner di Water Footprint Network, che da anni si impegna a promuovere l’utilizzo e lo stesso sviluppo dell’Impronta idrica e soprattutto a sviluppare soluzioni all’avanguardia rivolte al risparmio, al recupero e riuso dell’acqua in ambito produttivo.
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